Libro
Gio, 2 Settembre Set 2021 1830

Presentazione del volume "Nel regno della mafia"

Lino Buscemi, Felice Cavallaro e Carmine Mancuso

Piazzetta Francesco Bagnasco, Palermo

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Nel centenario della morte di Napoleone Colajanni (1847-1921), la ristampa del suo libro Nel regno della Mafia per i tipi delle Arti Grafiche Palermitane Edizioni di Gioacchino Edoardo Lazzara, con Prefazione dello storico Lino Buscemi e le Presentazioni del giornalista Felice Cavallaro e di Carmine Mancuso, rappresenta una pietra miliare dell’editoria, una lettura quanto mai attuale per capire non solo come il fenomeno mafioso sia nato ma ancor di più come abbia potuto intrecciare la sua storia con quella della politica italiana fino a non far distinguere più il politico dal mafioso e il mafioso dal politico.

Colajanni ricostruisce la vicenda dell’omicidio del Commendatore Emanuele Notarbartolo (1834-1893), ex-sindaco di Palermo ed ex-Direttore generale del Banco di Sicilia, ucciso a coltellate la sera del 1° febbraio 1893, in un vagone di prima classe nel tratto della ferrovia Termini-Palermo.

Il delitto sollevò una grande indignazione in Sicilia e in tutta Italia tanto che in Parlamento gli onorevoli Di Trabia e lo stesso Colajanni rivolsero alcune interrogazioni a Giovanni Giolitti che a quel tempo era Presidente del Consiglio nonché Ministro dell’Interno.

A Palermo fin da subito corse voce che il mandante dell’efferato omicidio fosse stato il Deputato Raffaele Palizzolo, mafioso e amico intimo di mafiosi, e che il movente fosse stato principalmente la paura del Palizzolo di rivedere il Notarbartolo nuovamente alla Direzione del Banco di Sicilia dove in precedenza aveva procurato diversi mal di pancia a lui stesso e ad altri membri del Consiglio di Amministrazione.

Napoleone Colajanni, garibaldino della prima ora, poi mazziniano e infine parlamentare repubblicano, scrisse il libro proprio per denunciare, all’indomani dell’omicidio, i depistaggi dei carabinieri e della magistratura, la scomparsa di molti reperti che potevano mettere sulle tracce degli assassini, le false testimonianze, l’intoccabilità di Palizzolo grazie alle sue aderenze, e in generale gli stretti legami tra mafia e politica, imputando di tutto ciò lo Stato italiano, reo d’aver legittimato la violenza mafiosa, facendone uno strumento di lotta politica. Ecco la ragione dell’attualità del libro di Colajanni dopo oltre un secolo, perché ci aiuta a capire non solo come la mafia sia ormai vecchia quanto lo Stato italiano, ma come mai, nonostante i grandi risultati conseguiti nell’ultimo ventennio con i processi e la cattura di grandi latitanti, e purtroppo la morte di tanti magistrati e poliziotti onesti, essa rimanga una questione nazionale.

Ciò che scrive Colajanni nelle ultime pagine del libro fa gelare il sangue perché le sue parole sembrano oggi quelle uscite da un oracolo:

“Per combattere e distruggere il regno della Mafia è necessario, è indispensabile che il governo italiano cessi di essere il Re della Mafia! Ma esso ha preso troppo gusto ad esercitare quella sua disonesta e illecita potestà; è troppo esercitato e indurito nel male. […]

Il Regno della Mafia in Sicilia non cesserà se non il giorno in cui con una vera instauratio ab imis

i Siciliani acquisteranno la libertà vera, il diritto e i mezzi di punire i prepotenti, di mettere alla gogna i ladri e di assicurare a tutti la giustizia giusta!”

Oggi, che tanto si parla di legalità e di lotta alla mafia, il libro di Colajanni ha il merito di contribuire ad accendere i riflettori su quella che è la questione cruciale per la democrazia italiana: il rapporto tra rappresentanti delle istituzioni di ogni ordine e grado e mafiosi. Una questione ancora aperta, complessa, difficile da investigare e quanto mai attuale.

Prof. Aldo Scimone