Libro
Gio, 20 Febbraio Feb 2020 1800

Angela Barnaba presenta il libro “Il vento delle cose”

Dialogano con l’autrice: la prof.ssa Carmela Politi Cenere e il dott. Massimo Colella

Vento Cose

L’universo poetico dei giorni nostri è assai esile, di sicuro non per quanto riguarda la produzione, che è invece cospicua, ma in ragione dell’approssimazione lessicale e della fragilità formale ed emozionale. Il fenomeno, in verità, è molto significativo: riflette il vuoto della società, tesa alla realizzazione spasmodica dell’effimero, rivolta ad appendere serti votivi al dio danaro, che, di giorno in giorno, diventa sempre più esigente. Eppure, in questa bolgia infernale dei nostri tempi, dove delitti efferati e violenze inaudite nei confronti dei più deboli sono sempre più numerosi e frequenti, in questa pazzia collettiva, da cui è bandita ogni forma di autentica poesia, si leva dal Parnaso solitaria una voce: è quella di una gentildonna di Ischia, Angela Barnaba, che dall’alto dei boschi lussureggianti della sua isola, antica dimora di Vittoria Colonna, dove solo i gabbiani rompono l’armonia del silenzio, celebra i valori della vita dipanandoli e diffondendoli con nitida agevolezza, pregna di passione. Angela Barnaba, che è già alla sua seconda raccolta poetica, attraverso indagini introspettive e speculative intransigenti, nonché mediante una poderosa ricerca soprattutto sugli aspetti della sofferenza, della condizione dell’umana labilità e della precarietà delle cose stesse, si fa portavoce di un mondo nuovo, dove alla poesia è affidato l’impegno ardito di impedire lo sgretolamento totale delle virtù. I temi che ella tocca, quali ad esempio la solitudine e la precarietà portata dal «vento delle cose», sono comuni a tutti gli autori degni di tale nome; infatti, da Emily Dickinson a Giacomo Leopardi, essi vengono scanditi dalla forza del sentimento; laddove essa sarebbe sul punto di straripare, ecco l’intervento dell’armonia formale, che, come un deus ex machina, tramuta in angelici cori la piena emotiva. Nella poesia di Angela Barnaba i temi esistenziali sono analoghi a - 8 - Bozza quelli di tanti altri grandi e possiamo dire con Ungaretti che la novità della sua poetica è nel «linguaggio» perché sui rami vecchi ella è riuscita ad innestare, con abile precisione, rami nuovi, cioè termini sostanziosi, evocativi, in grado di frangersi in mille rivoli nell’azzurrità per poi approdare sulle rive del concreto, dove creatività individuale e talento attendono di essere liberati e scoperti. La silloge Il vento delle cose esalta la necessità della cultura perché senza uno studio assiduo e responsabile non è possibile raggiungere quegli ambiti traguardi che danno ali dorate ai versi e, suffragati da contenuto e forma in agile connubio, varcano, come nella poesia della Barnaba, la soglia dell’infinito. Nella raccolta l’autrice coniuga felicemente elementi antichi e nuovi e, attraverso le varie gamme della sofferenza esistenziale, rende la sua scrittura singolare; sebbene essa oscilli tra visioni estreme, il tentativo del loro superamento non lascia mai il lettore a mani vuote perché, all’improvviso, un alito di vento o l’affacciarsi di una figura mitica danno forza alla speranza e rendono il buio ingrato della notte delizioso per l’immaginifico accendersi di un lume solitario in una piccola barca. Sono palesi, in questa poesia colta ed essenziale, un’originale tensione emotiva, una rigorosa rappresentazione del mondo fenomenico e una coraggiosa volontà di esaltare il mondo sconosciuto del noumeno, di cui l’autrice, nell’attimo stesso dell’attività creativa, ha l’intuizione: è allora che il verbo poetico detta immagini, trasfigura ricordi estratti dallo scrigno della memoria e regala emozioni, come i profumi delle viole e delle rose baciate, in pieno inverno, da un vento di primavera. Una caratteristica peculiare di questi versi, scaturiti con forza dal cuore, è la contrapposizione; essa emerge nell’esordio, mediante un «volto» che «gronda inchiostro» e mette brividi per l’accostamento di termini forti (vedi «tagliuzzata») e attraverso l’ariosa eleganza di un fiore alpino, l’«edelweiss», che, apparendo nell’epilogo, dà motivo e luce alla sofferenza. La vita è lotta, cambiamento improvviso, e l’artista, secondo quan- - 9 - Bozza to si coglie da questi versi, è un privilegiato, perché riporta, attraverso la speranza, la vittoria sul «nulla». E qui Ugo Foscolo entra in scena per certe costruzioni, assieme ad Emily Dickinson. Difatti, nella poesia Al chiuso in una stanza non solo Angela manifesta di nutrire per Emily un vero e proprio culto, ma di essersi ‘sintonizzata’ con lei per l’aspirazione al trascendente, che è una delle caratteristiche fondamentali della lirica dickinsoniana. Tuttavia, se Emily Dickinson, respirando la bellezza del suo giardino, evidente ad esempio nel lavoro dell’ape operosa o della farfalla che, dimentica di essere stata crisalide, si libra sicura nel volo, così come nell’eleganza della rosa regina, può, seppur soltanto momentaneamente, rasserenarsi, per Angela Barnaba nei paesaggi incantati possono annidarsi solitudine e promesse di tribolazioni perché improvvisi si stagliano «ranuncoli sgualciti» e «nuvole amaranto», che richiamano alla memoria il colore del vino e del sangue. Eolo, Prometeo, Cerere, Persefone-Proserpina, Narciso rendono le tematiche trattate più nette: si vestono di grazia mitica, di significati profondi, d’illuminante chiarezza e, laddove il dinamismo e il mutamento potrebbero trasformarsi in esercizio accademico, proprio allora emerge dai versi un’insospettabile forza. Sono gli archetipi che rendono armonioso il linguaggio di questa poesia, che si apre in versi folgoranti: «Ascolta, dolce Saffo, / il mio canto, / mentre fanciulle inneggianti / ti ornano / e intrecciano / ghirlande! / Cingi il mio capo / di stelle / affinché io possa / scoprire l’infinito…». Ecco, sembra proprio di rivedere Alceo, Anacreonte, la poetessa di Lesbo dai capelli viola, che s’affacciano all’amore e alla bellezza della vita. Soprattutto in due componimenti, Il vento delle cose e L’infinito, Angela Barnaba presenta la sua poetica, manifestando in maniera persuasiva non solo di affidarsi alla dialettica dei miti, ma di trarre esempio dalla poesia leopardiana, di cui condivide la sofferenza e l’essenzialità. Nel primo («Come cosa gettata / sospinta / dal vento delle cose, / […] / sprofondo nell’abisso / pensando / di toccare il cielo»), il - 10 - Bozza messaggio fa trasalire: l’esistenza non risparmia alcuno e prima o poi travolge nel «nulla», dove solo la poesia offre un alito di salvezza, perché può varcare la soglia dell’infinito e dall’immanente può condurre al trascendente. Nel secondo, tra i tanti contrasti, tra le tante solitudini, un pensiero va all’Eterno, malgrado il drammatico chaos, o forse proprio per questo, e si sprigiona una certezza: l’essere umano ha bisogno di attingere al sacro e al sublime della poesia per apprezzare l’abbagliante bellezza esistenziale.

Angela barnaba è nata ad Ischia. Dopo aver vissuto la sua infanzia e la sua adolescenza a Roma, è tornata nella sua isola, dove attualmente risiede. Determinante incontro con la cultura e la spiritualità del card. Alfredo Ottaviani. Cultrice delle discipline umanistiche, in particolare della letteratura, della critica letteraria, della filosofia e della psicologia di marca freudiana, coltiva la passione per il canto, la musica sacra e la fotografia. Amante dell'arte, della cultura e della bellezza, ha iniziato molto giovane a scrivere versi e ha continuato quasi ininterrottamente l'esercizio poetico. Vincitrice di numerosi concorsi letterari, è presente in un cospicuo numero di antologie poetiche e periodici culturali. Nel 2017 ha pubblicato La raccolta poetica sospesi tra infiniti (al et ti Editore). inclusa nell'enciclopedia dei poeti italiani contemporanei (2018), la sua poesia ha suscitato importanti consensi critici.