Libro
Mar, 21 Maggio Mag 2019 1800

Giovanni Paolo Bernini presenta il libro "Storie di ordinaria ingiustizia" Mediolanum Editori.

Interviene il Dott. Vittorio Feltri

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La prefazione di “Storie di ordinaria ingiustizia” a cura di Vittorio Feltri.

Errore o crimine giudiziario, si chiede Giovanni Paolo Bernini a proposito del ginepraio inestricabile di accuse e processi in cui da un giorno all’altro è stato costretto e intrappolato. La domanda è lecita. E pesa sulla testa di tutti quanti noi, poiché la giustizia, allorché è guasta, contagia e manda in cancrena i tessuti della società intera.
Qualora si fosse trattato di un errore, esso sarebbe stato riparabile. Qualcuno avrebbe chiesto perdono, o almeno scusa, ammettendo il proprio sbaglio, la propria perniciosa approssimazione, l’inganno in cui è piombata. Tuttavia questo non è avvenuto. La giustizia è tanto superba e baldanzosa nell’additare quanto recalcitrante nell’assumere contezza delle sue faglie e dei suoi limiti.
Se, invece, di crimine si tratta, dovrebbero ricorrere da un lato l’intenzionalità nell’arrecare nocumento, dunque una condotta consapevolmente lesiva che affonda le sue radici nella malafede anziché nell’anelito alla verità; dall’altro, una vittima che ha subito il danno. Talvolta incalcolabile.
Appare questo il caso. Tacciare è facile. Redimere chi è stato ingiustamente infangato è arduo. Ecco perché di Giustizia si va al creatore. Ed io stesso ne sono testimone, avendo visto consumarsi e spegnersi esseri umani che non sopportavano addosso il giogo di turpi delitti di cui non solo non si erano mai resi autori ma di cui mai si sarebbero resi.
La costante dei miei cinquant’anni di carriera nel giornalismo è costituita da situazioni come questa narrata da Bernini. Ho visto il collega Enzo Tortora venire massacrato da inquirenti, giudici, pubblici ministeri, opinione pubblica. Dopo di lui Angelo Rizzoli, e potrei continuare ad allungare codesto tristissimo elenco.
Una volta che sei finito nel tritacarne mediatico in cui vige il principio indiscutibile della presunzione di colpevolezza, sei spacciato. Ne esci fuori che sei già poltiglia. O non ne vieni fuori mai. In ogni caso ti ammali. Crepi. Salti dalle prime pagine dei giornali, a volte troppo crudeli, al necrologio.
Sì, sono crimini. Subdoli. Inumani. Travestiti di buone intenzioni. Di cui nessuno pagherà, se non coloro che ne sono stati investiti. Ciò è inammissibile in una società che si dice civile, in un sistema garantista che si fonda sulla presunzione di innocenza.
Resta l’amaro in bocca. La realtà è che quando i castelli accusatori, che già dal principio non stavano in piedi, crollano, il senso di sollievo si accompagna alla consapevolezza di essere stati danneggiati, oltraggiati, feriti, e seppelliscono comunque le vittime di quella che chiamiamo malagiustizia, mala non solo perché fallimentare, pure perché priva di scrupoli, di anima, di coscienza. Insomma, maligna nel senso più truce del termine.
La rabbia che ne deriva è inestinguibile. Tuttavia, Giovanni Paolo ci appare un uomo sereno, consapevole. Per sopravvivere, per andare avanti, gli è toccato di fare opera di conversione dell’esperienza negativa in opportunità ed impegno civico. Egli ha metabolizzato il boccone avvelenato e mortale e vuole raccontarlo in un libro, che ha un duplice intento: curare le ferite rimasta aperte mediante la scrittura, la quale impone opera di razionalizzazione dei fatti, e fare conoscere la verità affinché le sue vicissitudini processuali agiscano da monito: mai più simili leggerezze.
Bernini ci mostra come proprio l’apparato giudiziario che dovrebbe procedere in modo analitico, sia corrotto dal virus del pre-giudizio. Certe indagini vengono condotte in un certo modo perché si ha già in testa che debbano condurre a certe verità già date per assodate. Un po’ quello che accadeva nei tribunali dell’Inquisizione. Siamo ancora fermi lì. Ed ecco che si dà per scontato che una certa compagine politica sia sempre e solo corrotta, un’altra sempre e solo immacolata. O che i cristiani del Mezzogiorno siano mafiosi per il solo fatto di essere nati in territori in cui la criminalità organizzata rappresenta purtroppo una piaga con la quale essi stessi devono fare i conti.
Giovanni Paolo verga: “La mia fiducia nella Giustizia, che non mi ha mai abbandonato, è stata ripagata. E questo, nonostante un accanimento giudiziario da parte di alcuni PM, che preferiscono le conferenze stampa e la delegittimazione delle persone anziché la ricerca della verità. Con questa sentenza si pone definitivamente fine non solo a un incubo giudiziario personale con gravissime ripercussioni mediatiche, ma soprattutto si pone fine a un teorema assurdo, portato avanti dagli inquirenti, per cui se è un esponente del partito di Berlusconi a cercare i voti tra i residenti di origine meridionale, trattasi di mafia; se invece è uno del Partito Democratico e di sinistra, trattasi di normale e democratica ricerca del consenso”.
Mi sorprende – non lo nego – che Bernini si proclami di fiducioso nei confronti della Giustizia. Certo, è stato assolto. Potremmo affermare che Giustizia ha trionfato. Eppure ogniqualvolta fatti come questi accadono la mia fiducia non si rinsalda, bensì si affievolisce. Mi rendo conto che siamo uomini imperfetti giudicati da uomini altrettanto imperfetti ed i principi fissati sulla carta non sono sufficienti per tutelarci dal pericolo di essere messi alla gogna da innocenti. Ci tocca fidarci soltanto perché non ci resta altra scelta. Non perché abbiamo fede nelle toghe. È difficile, del resto, persino nutrirne nei confronti del Signore.